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L’approccio intersoggettivo

Storia e sviluppi del modello clinico 

L’indirizzo Costruttivista Intersoggettivo rappresenta lo sviluppo del modello teorico-clinico presentato nel 1991 da Lorenzo Cionini, nel volume Psicoterapia cognitiva: teoria e metodo dell’intervento terapeutico, che partiva dalle suggestioni offerte da Guidano e Liotti (1983), dal cognitivismo post-razionalista di Guidano (1987; 1991) e da alcuni dei principi della Psicoterapia dei Costrutti Personali di Kelly (1955). Negli anni, il modello è andato incontro a una continua rivisitazione attraverso la riflessione sulle esperienze di incontro con i pazienti e sulle difficoltà pratiche del lavoro psicoterapeutico. Per sottolineare sia la coerenza con i presupposti epistemologici del costruttivismo radicale di von Glasersfeld (1982; 1984; 1988) sia il graduale allontanamento dal cognitivismo razionalista, ha successivamente preso il nome di cognitivo-costruttivista. Un aspetto sentito come particolarmente critico e limitante del cognitivismo era infatti, ed è, la modalità di approcciarsi alle dimensioni emotive del paziente prevalentemente attraverso il linguaggio verbale e il canale logico-razionale. Questo ha spinto inizialmente a confrontarsi con altri modelli psicoterapeutici che proponevano modalità esperienziali di rapportarsi alle emozioni. In particolare, sono stati significativi gli spunti desunti dalla pratica della Terapia della Gestalt e dalla Emotionally Focused Therapy proposta inizialmente da L. S. Greenberg e J. Safran (1987) nonché dalle procedure di immaginazione guidata sviluppate all’interno di orientamenti diversi (Desoille, 1938; Anderson, 1980), integrate con un uso del linguaggio coerente con i principi dell’ipnosi indiretta ericksoniana (Erickson, Rossi, Rossi, 1976). Spunti che sono stati assimilati – quindi perlopiù trasformati – per renderli integrabili all’interno della cornice epistemologica del costruttivismo radicale.

Negli anni successivi l’impostazione teorica del modello è stata ulteriormente rivista coniugando, in primo luogo, la visione costruttivista della conoscenza con quella fenomenologica; prospettive che condividono l’idea che non sia possibile una conoscenza oggettiva della realtà poiché ogni conoscenza è necessariamente soggettiva e prospettica, dipendendo dalla struttura biologica e personale del soggetto conoscente. Sul piano clinico, l’implicazione più rilevante è stata quella di considerare la comprensione dell’altro (cfr. Cionini, 2006) nella sua unicità (ovvero il tentativo di “vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro”) come prioritaria all’interno della relazione. Contemporaneamente è stata significativa anche la condivisione sia degli sviluppi della teoria dell’attaccamento di Bowlby proposti da Crittenden (1999; Crittenden, Landini, 2011), secondo cui qualsiasi pattern di attaccamento deve essere considerato come la “migliore” strategia trovata dalla persona per adattarsi al proprio ambiente interpersonale, sia la concettualizzazione dei processi di “rottura e riparazione dell’alleanza terapeutica”, teorizzati da Safran e Muran (2000), visti come occasioni potenzialmente utili per il paziente, così come per il terapeuta, per riconsiderare il contributo di entrambi alla rottura e per trasformare un momento di enpasse in un’esperienza di comprensione più profonda dei processi relazionali tipicamente messi in atto dalla persona, all’interno e al di fuori del setting.

L’attuale scelta di modificare nuovamente la denominazione dell’approccio (da cognitivo-costruttivista a costruttivista intersoggettivo) ha preso corpo nell’incontro con la più recente rivisitazione della psicoanalisi nella prospettiva intersoggettiva. Le osservazioni effettuate mediante gli studi dell’Infant Research (Stern, 1985; 2004; Beebe, Lachmann, 2002; The Boston Change Process Study Group, 2010) e parte delle implicazioni cliniche che ne sono derivate, che allargavano e sviluppavano ulteriormente la teoria dell’attaccamento di Bowlby, sono apparse facilmente integrabili all’interno dei presupposti teorico-epistemologici dell’approccio terapeutico fin qui descritto, anche per la condivisione, da parte degli autori citati, di molti degli assunti della fenomenologia e dello stesso costruttivismo.

In particolare il concetto di “co-creazione dell’esperienza intersoggettiva” che, tramite momenti di incontro e momenti affettivi intensi tra paziente e terapeuta, permette – con l’apporto congiunto di qualcosa di unico e personale da parte di entrambi – un reciproco riconoscimento di sensazioni, motivazioni, intenzioni, scopi ovvero una “relazione implicita condivisa. Relazione concettualizzata – riprendendo l’ottica fenomenologica (Buber, 1947) – nella dimensione del ”Tra” o del ”Noi”, in quello spazio tra Io e Tu che non appartiene a nessuno dei due membri della relazione ma solo alla relazione stessa in termini di complementarietà. Concetti che, abbandonando la metapsicologia della psicoanalisi freudiana, sottolineano la distinzione fra conoscenza esplicita e conoscenza implicita e, all’interno di una ridefinizione dell’inconscio psicanalitico, differenziano la conoscenza implicita dal rimosso difensivo. Distinzione già proposta anche da Cionini (1991a), sia pure con una diversa terminologia, a partire dalle ricerche sulla “elaborazione inconscia dell’informazione” effettuate da Marcel (1983) e altri ricercatori.

Ancora più recentemente, ulteriori sviluppi derivano dall’integrazione del modello teorico-clinico proposto da P. Bromberg (1998; 2011) ed altri per la concettualizzazione e l’intervento sui fenomeni dissociativi della coscienza a seguito di traumi relazionali precoci multipli, ovvero di esperienze precoci, sistematiche e reiterate, di mancata validazione/disconferma di parti del Sé da parte delle figure di attaccamento: assenza di sintonizzazione affettiva, gravi forme di trascuratezza, violenza psicologica, violenza fisica, abuso sessuale (particolarmente se intra-familiare).

L’indirizzo costruttivista-intersoggettivo, nei suoi attuali lineamenti, si è quindi sviluppato in un’ottica d’integrazionismo assimilativo. Il confronto con altre prospettive psicologico-cliniche è stato portato avanti per cercare di rispondere ai problemi concreti incontrati nel fare psicoterapia. Questa modalità di integrazione presuppone che l’assimilazione di concetti e procedure da altri modelli psicoterapeutici comporti, sempre e necessariamente, una loro maggiore o minore trasformazione per garantirne la coerenza con gli assunti di base, e l’epistemologia, dell’approccio nel quale vengono incorporati (Safran, Messer, 1997; Cionini, 2013a).

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