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PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA DEI COSTRUTTI PERSONALI

 

La formulazione originaria di Kelly

Quando, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu chiamato come professore di psicologia clinica alla Ohio State University, dove rimase per venti anni, George A. Kelly si prefisse il perseguimento di due obiettivi: I’organizzazione di un corso di addestramento alla psicologia clinica e alla psicoterapia (la guerra aveva prodotto, tra l’altro, migliaia di casi di nevrosi tra i veterani), e la stesura di un manuale pratico di procedure cliniche che potesse permettere agli psicologi di entrare in contatto con le persone «penetrando le frontiere della realtà» senza dover fare ricorso a definizioni astruse. II programma di addestramento fu tale da dare un impulso decisivo – parallelamente a quello portato avanti da Julian B. Rotter – allo sviluppo della psicologia clinica negli Stati Uniti; ma il manuale non fu mai scritto, o almeno non quel tipo di manuale. Come ebbe a scrivere lo stesso Kelly diversi anni dopo, «l’intThe Psychology of Personal Constructs 3ento di essere pratico non si rivelò facile come pensavo. Dopo un ritardo maggiore di quanto fosse necessario anche per una persona di scarso ingegno, alla fine mi colpì l’idea che, per quanto vicino potessi arrivare alla persona che cercava il mio aiuto, io continuavo a vederla attraverso i miei occhiali particolari, e lei non poteva percepire ciò che cercavo freneticamente di comunicarle se non attraverso i suoi. Da quel momento smisi di essere un realista, come sono convinto che ogni psicoterapeuta faccia, che lo voglia ammettere o meno»1.

Nel 1955 usciranno i due volumi di The Psychology of Personal Constructs, il maggior contributo di Kelly alla psicologia della personalità e alla psicoterapia. Tutta la struttura formale della teoria e della psicoterapia dei costrutti personali si fonda su «quell’idea» che colpì Kelly – cioè sull’assunto filosofico che Kelly stesso definì alternativismo costruttivo – secondo il quale la nostra conoscenza della realtà è un’interpretazione continuamente soggetta a revisioni.

Trentanni dopo: il cognitivismo e le alternative costruttiviste

Negli anni ottanta la scienza e la psicologia cognitiva appaiono dominate dal paradigma cognitivista, che rappresenta indubbiamente una sostanziale novità rispetto alla concezione realista-oggettivista. Con la considerazione del ruolo attivo svolto dalla mente nel processo di acquisizione della conoscenza, un realismo ipotetico si sostituisce al realismo ingenuo della teoria fondazionista della conoscenza. All’ideale scientifico del rispecchiamento di una realtà oggettiva si sostituisce quello della ricerca di una sempre maggiore simmetria tra il modello del mondo e il mondo, tra la mappa e il territorio. Alla logica binaria del vero/falso si sostituisce una fuzzy logic che permette di considerare la dimensione vero/falso come un continuum. Ma l’oggetto e il soggetto di conoscenza rimangono distinti, indipendenti, collegati da un flusso d’informazioni che, proveniente dall’ambiente, si fa strada attraverso l’apertura del sistema cognitivo.

Potrebbe sembrare a prima vista paradossale, ma è proprio con l’idea di una “chiusura” del sistema conoscitivo che la dicotomia soggetto/oggetto viene ad essere superata, che si fa strada un tertium datur tra realismo (esiste un mondo indipendente da me) e idealismo (tutto ciò che esiste è il frutto della mia immaginazione). Nell’ambito della scienza cognitiva, questa idea si sviluppa alla fine degli anni ’70 con la comparsa nello studio della mente della strategia connessionista. In tale concezione, un «esercito di semplici e stupide componenti» (come i neuroni) operano ciascuna nel proprio ambiente locale, ma, per la qualità di rete del sistema, esiste una cooperazione globale che emerge spontaneamente una volta che gli stati di tutte le componenti coinvolte raggiungano una condizione mutuamente soddisfacente, senza bisogno di un’unità di elaborazione centrale che guidi l’intera operazione. «Questo passaggio da regole locali ad una coerenza globale, è il cuore dell’ auto-organizzazione»2.

Un sistema auto-organizzato non è lineare: è dotato appunto di una specifica forma di chiusura operazionale, per cui «le conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni del sistema, in una situazione di completo autoriferimento»3. E una comprensione dei sistemi viventi nei termini della loro chiusura organizzativa ha delle implicazioni che, se solo si accetta di seguirle, portano a considerazioni che stravolgono le più comuni teorie della conoscenza. In particolare, portano ad abbandonare definitivamente la nozione della conoscenza come rispecchiamento o anche come rappresentazione della realtà. Infatti, essendo il funzionamento del sistema espressione della sua connettività, e cioè della sua struttura di connessioni, le sue operazioni sono determinate dalla sua struttura, e non da input esterni aventi valore di istruzioni. In altri termini, l’ambiente non può determinare i cambiamenti del sistema, ma solo “innescarli”, agendo da fonte di «perturbazioni». Di conseguenza, la conoscenza si configura come una vera e propria costruzione, specificata dalla struttura che ha il sistema in ogni dato momento.

In una versione di tale paradigma, quella che von Glasersfeld3 definisce «costruttivismo radicale» in contrapposizione al «costruttivismo triviale» al quale è riconducibile il cognitivismo dominante, la conoscenza determinata dalla struttura del sistema si configura come una delle tante possibili costruzioni di regolarità in una realtà di cui non si può dire come è, ma tutt’al più come non è, in quanto può porre dei vincoli all’esperienza personale, ma non può specificarla.

networkerTuttavia un’altra concezione della conoscenza, già rintracciabile nelle speculazioni di alcuni filosofi di indirizzo fenomenologico ed ermeneutico (Heidegger, Husserl, Gadamer, Merleau-Ponty, Habermas), ha trovato in particolare nei biologi Maturana e Varela4 e nel cibernetico von Foerster5 delle formulazioni tali da poter essere prese in considerazione dalla comunità scientifica. La conoscenza, in questo tipo di costruttivismo che ci piace definire «ermeneutico», non è conoscenza di qualcosa – sia pure di qualcosa di amorfo, di indifferenziato – ma vera e propria produzione di cose in un dominio linguistico generato dalla e nella interazione reciproca tra sistemi auto-organizzati nel corso della loro ontogenesi. Il linguaggio diventa quindi connotativo, non denotativo: la sua funzione è quella di produrre un dominio di cose, non di indicare entità esistenti indipendentemente. È in questo dominio linguistico che emergono la mente e la coscienza di sé, consistente nella possibilità da parte di un sistema auto-organizzato di farsi oggetto della propria conoscenza. È in questa rete sociale di interazioni che il sistema, divenuto osservatore, persona in quanto auto-cosciente, può «fare distinzioni e specificare ciò che distingue come una unità, come un’entità differente da sé che può essere usata per manipolazioni o descrizioni in interazioni con altri osservatori»6.

Se non perdiamo di vista le operazioni cognitive implicate nella costruzione della realtà, dobbiamo riconoscere che la distinzione di una unità specifica le sue proprietà; e che le proprietà di tale unità sono necessariamente differenti da quelle delle sottounità che possiamo ulteriormente specificare come parti costituenti dell’unità globale. Un’unità opera quindi in uno spazio definito da tutte le interazioni rese possibili dalle sue proprietà, in un dominio fenomenico che è differente da quello nel quale operano le sue componenti attraverso le loro proprietà; e dato che un insieme e le sue parti sono in una relazione costitutiva di specificazione reciproca, i loro rispettivi domini fenomenici non si intersecano.

Il riconoscimento di questa distinzione fenomenica «dissolve» più che risolvere il problema mente-corpo in quanto, come sottolinea Maturana7, i cosiddetti «fenomeni mentali» vengono a corrispondere alle operazioni dell’organismo distinto come unità globale in un dominio fenomenico (quello delle relazioni sociali) diverso dal dominio in cui operano i cosiddetti fenomeni corporei, cioè le componenti dello stesso organismo8.

Il costruttivismo kelliano

Ebbene, la teoria dei costrutti personali di Kelly è perfettamente congruente con le posizioni costruttiviste più avanzate. Come ha affermato Walter Mischel in un tributo a Kelly, «ciò che sorprende maggiormente non è la vivezza d’ingegno delle formulazioni originarie [di Kelly], ma l’accuratezza con la quale ha anticipato le direzioni nelle quali si sarebbe mossa la psicologia decenni dopo»9.

La matrice ermeneutica del costruttivismo di Kelly si manifesta fin dalla definizione della persona quale oggetto di studio della sua psicologia. La persona è, come lo psicologo, un sistema di costrutti personali, delimitato da un costrutto sé/altro-da-sé che specifica nello stesso tempo la costruzione che il sistema ha di sé stesso e la costruzione che il sistema ha di una realtà che gli appare esterna. La coscienza di sé caratterizza la persona e ne fa un «costruttore di teorie».

Abbiamo detto che, data la chiusura organizzazionale di un sistema autonomo, ogni cambiamento è determinato dalla sua struttura. Nelle parole di Kelly, «ciò che ogni uomo dice o fa, lo dice o lo fa all’interno del dominio di pertinenza che il suo sistema di costrutti personali definisce per lui. Così le sue parole e le sue azioni non sono eventi conseguenti a precedenti avvenimenti, ma espressioni di ciò che è affermato e negato all’interno del suo sistema»10. «L’uomo non può mai fare delle scelte al di fuori del mondo di alternative che ha eretto per sé stesso»11.

L’organizzazione si realizza nella struttura, per cui ogni cambiamento strutturale comporta il mantenimento o la distruzione dell’organizzazione, cioè del particolare insieme di relazioni strutturali fra componenti del sistema che specifica la sua identità. La persona, quale sistema autonomo auto-cosciente che si sviluppa in interazioni con altre persone in un dominio linguistico, ha un’organizzazione (un’identità) che corrisponde alla sua «esperienza unitaria di sé-in-relazione», alla sua più profonda comprensione di sé come essere sociale, e che si realizza (è «incarnata», embodied) nella sua «corporeità». In Kelly questa relazione tra organizzazione/identità e struttura/corporeità (che, si badi bene, non è e non può essere una interazione per la distinzione fenomenica cui abbiamo accennato) è indicata come relazione tra «struttura nucleare del ruolo» e «processi di mantenimento». La costruzione che una persona ha del proprio ruolo nucleare (la sua identità) si basa intersoggettivamente sulla sua costruzione dei processi di costruzione di altre persone; e quindi una persona conserva non solo la sua identità, ma anche la sua esistenza nella stessa rete di relazioni sociali nella quale si realizza.

Alcuni cambiamenti strutturali possono mettere in pericolo l’identità, la conservazione dell’invarianza organizzazionale. Ed è in riferimento a queste transizioni particolari (particolarmente importanti) cui può andare incontro un sistema di costrutti personali che Kelly utilizza le nozioni di minaccia, di paura, di colpa, di ansia, di ostilità, di aggressività. Non si tratta, è chiaro, di emozioni nel senso tradizionale, fattuale del termine: si tratta di «costrutti professionali», cioè, in questo caso, di distinzioni che uno psicologo può operare in riferimento a particolari modificazioni che può riconoscere (costruire) in una persona, in un sistema di costrutti personali12.

In questa concettualizzazione l’emozione evidenzia il ruolo che la persona ricopre di «cerniera» tra il biologico e il sociale: cioè, la persona come sistema auto-organizzato si realizza attraverso la sua struttura, e come sistema auto-cosciente si realizza nella sua relazione sociale con altri sistemi in un dominio cognitivo (la «realtà») alla cui costituzione partecipa. La relazione tra il biologico e il sociale viene così ad essere definita in un modo che «sociologizza» il biologico e «biologizza» il sociale. E lo psicologico?

La psicologia ha un posto centrale nella relazione bio-sociale, ma a patto che cessi di essere un «discorso sulla psiche» o sulla mente individuale. La mente è tra le persone, non nelle persone, e la psicologia può occuparsene solo occupandosi della persona così come Kelly ha cercato di definirla.

Costruttivismo e psicoterapia

Partendo da tali presupposti è evidente che alcune nozioni tradizionalmente centrali in psicologia clinica assumono dei significati molto particolari.

La «malattia» non è un’entità definibile secondo criteri esterni al sistema personale, ma corrisponde ad un «disturbo» inteso come un arresto del processo di elaborazione del sistema stesso, come una sospensione dell’esperienza; una sospensione che è il risultato della scelta da parte della persona di non cambiare rispetto ad aspetti centrali della sua costruzione di sé e del mondo, nel momento in cui anticipa che un cambiamento potrebbe compromettere il mantenimento di un adattamento con l’ambiente.

La «guarigione» consiste quindi nella riacquisita possibilità da parte del sistema di operare ulteriori elaborazioni, di ricominciare a fare esperienza. Tale possibilità è favorita, in sede psicoterapeutica, dalla individuazione delle caratteristiche strutturali del sistema responsabili dell’arresto del suo sviluppo, e dall’impiego di tecniche – scelte sulla base delle dimensioni diagnostiche ritenute maggiormente implicate nel disturbo – atte a modificare tali caratteristiche e a permettere la ripresa di un movimento elaborativo da parte del cliente. È tale movimento che segna la «guarigione» indipendentemente dalla direzione che può prendere, nel senso che l’obiettivo della psicoterapia costruttivista ermeneutica non è quello dell’assunzione, da parte della persona, di un punto di vista «normativo» sulla realtà, ma quello della continua elaborazione di una realtà personale.

La metafora di Kelly della «persona come scienziato» esprime piuttosto efficacemente la visione generale dell’uomo sottesa dalla teoria e dalla psicoterapia dei costrutti personali. Come uno scienziato, ogni persona costruisce teorie e formula ipotesi che guidano il suo comportamento, il quale, come un esperimento scientifico, può confermarle o invalidarle. Ma ciò non significa che le persone, nel loro teorizzare, seguano un particolare metodo scientifico, né che le teorie individuali siano razionali come quelle degli scienziati di professione (una larga parte della nostra conoscenza è addirittura non verbale); né significa che la persona sia qualcosa di diverso o di separato dalle sue teorie: in una concezione costruttivista ermeneutica l’uomo, nella sua globalità, è una «forma di conoscenza» o, meglio, una «realtà costruttrice di realtà».

Questo scritto è una versione modificata della presentazione di
GABRIELE CHIARI e M. LAURA NUZZO
alla traduzione italiana del libro di Franz R. Epting Psicoterapia dei costrutti personali. Introduzione alla teoria e metodica operativa della tecnica terapeutica. Firenze: Martinelli, 1990.

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

1 G. A. Kelly, Personal construct theory and the psychotherapeutic interview (1958). In B. Maher (Ed.), Clinical Psychology and Personality: The Selected Papers of George Kelly. New York, Wiley, 1969, pp. 224-264 (Reprint Ed. New York: Krieger, 1979).
2 F. J. Varela, The science and technology of cognition: Emergent direction, 1986 [trad. it. Scienza e tecnologia della cognizione: direzioni emergenti. Firenze: Hopeful Monster, 1987, pp. 47-50].
3 F. J. Varela, Complessità del cervello e autonomia del vivente. In G. Bocchi e M. Ceruti (a cura di), La sfida della complessità (pp. 141-157). Milano: Feltrinelli, 1985.
4 E. von Glasersfeld, Reconstructing the concept of knowledge. Archives de Psychologie, 1985, 53, 91-101.
5 H. R. Maturana, F. J. Varela, L’albero della conoscenza, Milano, Garzanti, 1987.
6 H. von Foerster, Sistemi che osservano, Roma, Astrolabio, 1987.
7 H. R. Maturana, Biology of language: The epistemology of reality. In G. A. Miller & E. Lenneberg (Eds.), Psychology and biology of language and thought: Essays in honor of Eric Lenneberg (pp. 27-63). New York: Academic Press, 1978.
8 H. R. Maturana, Autopoiesis: Reproduction, heredity and evolution. In M. Zeleny (Ed.), Autopoiesis, dissipative structures, and spontaneous social orders. Boulder (CO): Westview Press, 1980.
9 Per un approfondimento de! problema mente-corpo in una prospettiva costruttivista si vedano G. Chiari e M. L. Nuzzo, «Mind-body problem»: un problema per quale psicologia? In S. Chiari (a cura di), Cervello e mente. Un dibattito interdisciplinare (pp. 97-105). Milano: Angeli, 1987; e G. Chiari & M. L. Nuzzo, Embodied minds over interacting bodies: A constructivist perspective on the mind-body problem. The Irish Journal of Psychology, 1988, 9, 91-100 [A special issue edited by V. Kenny on Radical constructivism, autopoiesis & psychotherapy].
10 Cit. in G. J. Neimeyer & R. A. Neimeyer, Introduction. International Journal of Personal Construct Psychology, 1988, 1, III-IV.
11 G. A. Kelly, Ontological acceleration (1966). In B. Maher (Ed.), Clinical psychology and personality: The selected papers of George Kelly (pp. 7-45). New York: Wiley, 1969 (Reprint Ed. New York: Krieger, 1979).
12 G. A. Kelly, Man’s construction of his alternatives (1958). In G. Lindzey (Ed.), The assessment of human motives. New York: Holt, Rinehart & Winston. [Rist. in B. Maher (Ed.), Clinical psychology and personality: The selected papers of George Kelly (pp. 66-93). New York: Wiley, 1969 (Reprint Ed. New York: Krieger, 1979)].
13 Si veda G. Chiari e M. L. Nuzzo, La ragione dell’emozione. La conoscenza individuale in una concezione costruttivista monista. In F. Mancini e A. Semerari (a cura di), La psicologia dei costrutti personali. Saggi sulla teoria di G. Kelly. Milano: Angeli, 1985, pp. 175-194.

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